Sembra ieri

Poem · IT · Wounds
Sembra ieri che entravi in una stanza e la stanza si illuminava, come se qualcuno avesse acceso una luce senza fare rumore. I tuoi occhi, Giorgio— così verdi, così chiari, così puliti facevano quasi male, come certe mattine d'inverno quando il cielo è troppo vero e non sai dove guardare. La tua generosità era luminosa, non quella gentilezza educata che si esibisce, ma una generosità senza calcolo, una mano tesa prima ancora della domanda, come se il mondo potesse ancora essere salvato. E poi c'era la ferita. Troppo grande per te, troppo precoce, troppo sporca, troppo ingiusta— una ferita che ha mischiato tutte le carte, che ha confuso il destino, ha spostato i binari e ti ha portato lontano da dove saresti dovuto andare. Non per mancanza di intelligenza o di bellezza o di cuore— ma perché certe cose, Giorgio, quando entrano così presto, non chiedono permesso e non se ne vanno più. Sembra ieri che ridevamo di quelle tue armi letali: piedi, scarpe e calzini, capaci di uccidere a distanza, di attraversare i sacchetti, di vincere contro ogni tentativo di ordine— e tu lì, innocente e splendido, come se il mondo non avesse diritto di essere così sensibile agli odori. Ricordi quando ci facevi da allenatore? Con quella tua presenza bella, intera, che faceva venire voglia di correre, di provarci, di credere che il corpo potesse essere casa e non solo fatica. Sembra ieri stare nella tua camera con i Litfiba a volume alto, 17 re come una preghiera storta, un inno per chi non sapeva dove mettere la rabbia e la luce insieme, e allora le mischiava finché diventavano musica. E adesso che te ne sei andato io non so dire "mi manchi" come se fosse una cosa nuova. Non è che mi manchi ora, Giorgio. Mi sei mancato sempre. Mi sei mancato in tutti questi anni, ogni giorno, come mancano certe case quando non ci vivi più ma continui a sognarle. Amico. Fratello. E non so più che altro— forse quel pezzo di giovinezza che non si è mai davvero chiuso, forse la prova che la bellezza esiste anche quando la vita non la protegge. Sei stato qui. Sei stato vero. E io ti porto con me non come un ricordo pulito, ma come eri: luminoso e ferito, bello e disordinato, capace di far ridere e tremare nella stessa sera. E quando anch'io passerò da quella porta, quando sarà il mio turno, se ti va, vienimi a prendere— così non mi perdo. E fammi trovare un campetto, Giorgio, una partita di calcetto già pronta, qualcuno che ride, qualcuno che corre, qualcuno che fuma, e quella leggerezza che conosciamo già. Sembra ieri, Giorgio. E invece è oggi. E io ti dico piano, come quando si parla a chi non si vuole disturbare: grazie.
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