La lunga pioggia

Story · IT · 1996

Era un lunedì e pioveva. Non c'era vento; l'aria era carica di tristezza. Sembrava che l'alito della vita fosse volato via da tutte le cose. Nessuno sapeva cosa fare. La gente languiva immobile per la maggior parte del tempo e ogni tanto qualcuno sospirava ricordando che non era sempre stato così: che prima era diverso e c'erano il sole e le risate, i bambini nascevano e le spighe di grano erano piene di chicchi, poi tutti piangevano, sommessamente, in silenzio fino a scivolare in un nuovo sonno. Pian piano le persone decisero che non valeva la pena di svegliarsi per sentire quel peso sul cuore e così, senza accorgersene scivolarono nell'epoca del sonno perenne.

Intanto fuori continuava a piovere ininterrottamente, ma ormai non importava più a nessuno.

Sentii uno strano fastidio; in principio lo ignorai e mi voltai dall'altra parte per continuare a dormire, ma la sensazione divenne così intensa che fui costretta a svegliarmi. Quando aprii gli occhi, mi accorsi di essere completamente bagnata: la pioggia incessante aveva rovinato il tetto e non di poco. Se guardavo in alto, proprio sopra il mio letto potevo vedere uno squarcio di cielo grigio.

Mi alzai di malumore, decisa a mettere fine al più presto a quel risveglio non voluto. Mi avviai verso la camera da letto dei miei genitori: mio padre mi avrebbe aiutata a sistemare il tetto, pensavo, e poi ce ne saremmo tornati tutti a dormire. Girai la maniglia, ma la porta non si apriva, provai e riprovai più volte senza nessun risultato, allora cominciai a bussare, prima piano, poi sempre più forte e a chiamare mio padre e mia madre, ma dall'altra parte c'era solo silenzio e il rumore della pioggia che continuava a cadere.

Cominciai ad avere paura; non sapevo bene cosa fare; il cuore mi batteva forte; non riuscivo a ricordare l'ultima volta che mi ero sentita così sveglia. Feci per correre in cucina, ma le gambe, atrofizzate dopo il lungo sonno, non ressero e caddi distesa per terra. Scoppiai a piangere disperata, ma nessuno accorse ai miei singhiozzi, piansi tutte le mie lacrime, poi una strana calma mi invase, così mi alzai, andai in cucina presi un'ascia e ritornai davanti alla porta chiusa.

L'ascia sembrava pesantissima; dovetti raccogliere tutte le mie forze per alzarla, ma ci riuscii. La mia fronte grondava di sudore quando vibrai il primo colpo e poi il secondo; al terzo la porta cedette di colpo e una valanga d'acqua mi investì sbattendomi sul muro di fronte e subito scivolando via.

Entrai nella stanza piano, senza coraggio e senza speranza e li vidi: tutti e due sorridevano di un sorriso stupido ed erano gonfi e tumefatti, si tenevano ancora per mano. Li odiai. Anche loro, come me, dovevano essere stati svegliati dalla pioggia, ma l'avevano ignorata e si erano lasciati morire.

Uscii all'aperto e cominciai a camminare per le strade: tutto il paese era in rovina; alcune case erano crollate. Il corpo mi doleva, quasi non riuscivo a camminare per il dolore; mi sedetti su una panchina della piazza per riposare un attimo e quello che vidi mi lasciò senza fiato: al centro della piazza troneggiava una quercia rossa, doveva essere alta almeno venti metri e larga tre, eppure io ricordavo che era stata piantata solo pochi mesi prima. Quanto tempo era passato, dunque? Mi guardai le mani, mi toccai la faccia, ma non ero invecchiata.

Ripresi a camminare per le vie deserte; ogni tanto urlavo a squarciagola nella speranza che qualcuno mi udisse, doveva esserci qualcun altro oltre a me! Doveva!

Mi diressi a casa di una mia vecchia amica. Bussai: nessuna risposta; provai ad aprire: niente da fare. Appoggiai l'orecchio alla porta ed ascoltai: sentii chiaramente un rumore d'acqua che cadeva in altra acqua, chiunque fosse in quella casa doveva essere affogato. Mi arrampicai sul tetto, anche questo era sfondato e da su si potevano vedere i cadaveri galleggianti nelle varie stanze. Da quello passai a un altro tetto e a un altro ancora, lo spettacolo era sempre lo stesso, tutti morti, tutti con lo stesso sorriso stupido dipinto sul volto. Mi sentivo impazzire, continuai a passare di casa in casa, di tetto in tetto, a sfondare porte, fino a quando esausta, mi accasciai in un angolo e mi addormentai.

Fui svegliata da un'alba grigia e dalla fame. Feci per alzarmi, ma il dolore me lo impedì. Ogni muscolo del mio corpo sembrava essere passato sotto un intero branco di cavalli.

Rimasi dov'era e la mente si affollò di domande e di angoscia.

Cosa era successo? Perché nessuno si era svegliato e io sì? Come aveva fatto l'acqua a restare intrappolata nelle case? Non erano a tenuta stagna! Cosa dovevo fare? Quanto tempo era passato?

Intanto ero riuscita ad alzarmi; tornai a casa e cercai qualcosa da mangiare: l'unica cosa rimasta commestibile era un barattolo pieno di zucchero, il resto era incartapecorito o ammuffito. Scaldai dell'acqua, ci misi un cucchiaio di zucchero e bevvi, mi sentii subito meglio, poi trovai dei vestiti ancora asciutti e li indossai, avevo ancora fame, presi un ombrello e uscii. Gli orti delle case erano ricchi di una strana vegetazione, non sarei morta di fame, c'era molta frutta sugli alberi inselvatichiti e trovai ortaggi di ogni tipo. Mangiai qualcosa sul posto, sotto la pioggia, non mi piaceva molto stare dentro le case e già pensavo alla notte che sarebbe arrivata, non potevo dormire ancora all'addiaccio, mi sarei sicuramente ammalata, ma non avevo neanche voglia di stare in compagnia di uno di quei morti sorridenti. Avrei dovuto cercare un'altra soluzione, ma c'era tempo.

Tutto intorno a me era silenzio, tutto eccetto il rumore della pioggia che continuava a cadere.

All'inizio, quando arrivò la pioggia, nessuno se ne accorse; era la fine dell'inverno, a tutti sembrava normale che piovesse. Lo ricordo bene. Dopo un paio di mesi la gente del paese cominciò a innervosirsi. Il giorno di ferragosto ci fu un'assemblea generale, la paura era sulla faccia di tutti, evitavamo di guardarci, non sapevamo cosa dire. Poi D. si alzò e cominciò a parlare:

— Questa pioggia non è naturale — disse — ormai ne sono certo: ha una causa ed è nostro dovere scoprirla! È ora di affrontare la realtà: cominciamo dunque!

Nessuno rispose al suo appello; tutti restarono in silenzio, ma i più vecchi cominciarono a scambiarsi sguardi d'intesa; sembravano punti sul vivo e intensamente preoccupati. Si facevano segni misteriosi l'uno con l'altro e il silenzio diventava sempre più pesante, fino a quando il notaio E. prese la parola:

— Ragazzo mio, — disse — come puoi pensare che la pioggia sia innaturale? E quale dovrebbe essere la causa, poi? Dio?

Molti risero, ma il loro era un riso stentato trasudante nervosismo. D. impallidì di rabbia, ma quando riprese a parlare la sua voce risuonò calmissima.

— No, una donna. Il pianto di una donna.

I risolini si spensero; la stanza cominciò a formarsi un gelo maligno.

— Questo ragazzo è pazzo, non sa cosa dice! — riprese il notaio E.; il suo tono era sprezzante e tutti gli altri gli facevano eco:

— È pazzo! È pazzo! — Tutti si agitavano e urlavano; i volti presero a sogghignare e a contorcersi, l'odio li sfigurava facendoli sembrare mostruosi.

Ma D. non si scompose, anche se fremeva di rabbia e di nuovo riprese a parlare gridando con tutto il fiato che aveva in gola:

— Non riuscirete a fermarmi! Non riuscirete a impedirmi di dire la verità! Io non diventerò vostro complice! La pioggia continuerà a cadere, fino a quando non riparete in qualche modo al delitto che avete commesso! Morirete voi e i vostri figli! Morirete affogati nelle sue lacrime!

Poi quattro uomini si avventarono su di lui e cominciarono a colpirlo forte; mio padre intanto mi aveva presa per mano e aveva cominciato a trascinarmi via. Sulla via di casa cominciai a subissarlo di domande, ma lui non volle rispondermi e quando vide che piangevo mi abbracciò forte e mi disse: — Non avere paura, fino a quando non saprai l'odio non potrà toccarti!

La pioggia aveva continuato a cadere e dopo un anno dal giorno in cui era cominciata era arrivato il sonno; pian piano l'interesse per le cose era svanito, ma i sogni, quelli erano bellissimi e reali, e così ci eravamo addormentati tutti, dimenticando il mondo intorno a noi e la pioggia e D. Ma certo! D. forse era ancora vivo! Lo avevano rinchiuso nella torre e forse non era annegato! La torre era molto alta, forse non si era ancora riempita completamente d'acqua!

Il pensiero di un altro essere vivente mi mise le ali ai piedi. Corsi a casa per prendere l'ascia e mi avviai verso la torre. Quando arrivai ero già fuori di me per la felicità. La porta era aperta; feci le scale di corsa fino alla stanza in cima alla torre, anche quella porta era aperta e dentro non c'era nessuno. Eppure il posto sembrava abitato di recente. Il tetto non era rotto come tutti gli altri che avevo visto, non c'era polvere nella stanza, le lenzuola erano pulite e la dispensa piena di cibo fresco.

Forse D. sarebbe tornato. Quella speranza mi riscaldava il cuore e intanto avevo un posto dove passare la notte.

Avrei voluto fermarmi lì a riposare, ma non potevo: avevo un'incombenza triste; dovevo seppellire i miei genitori; non potevo lasciarli lì. Così tornai a casa, presi una vanga e cominciai a scavare. Decisi di seppellirli insieme, visto che avevano voluto morire insieme. E da allora ogni giorno lo passai a seppellire la gente del paese ed ogni notte ad aspettare D.

Nel momento in cui la terra ricoprì l'ultimo cadavere, smise di piovere.

Rimasi a bocca aperta a guardare le nuvole grigie diradarsi fino a scoprire il primo pezzettino d'azzurro. Poi di colpo arrivò un raggio di sole.

Ne avevo dimenticato il calore.

Tutto brillava intorno a me; tutto si rianimava riacquistando il proprio antico colore, e di nuovo il verde delle foglie era verde e il rosso dei fiori veramente rosso. Solo le case e le strade sembravano ancora più pallide.

Restai fuori fino a quando ci fu quella luce meravigliosa e osservai ogni singola cosa più volte per imprimerla nella memoria.

La torre era molto bella nella luce di mezzogiorno, quasi interamente ricoperta di edera, e poi c'erano le violette con l'ombra delle tre, il pomodoro rosso delle cinque di pomeriggio e ancora la torre al tramonto e così via.

Avevo troppa paura che di lì a poco tutto tornasse come prima e riprendesse a piovere, ma non fu così: il sole arrivò anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Piano piano sgretolò tutte le case del paese e nel giro di un mese al loro posto crebbe una ricca vegetazione. Poi arrivarono gli animali con i loro suoni e la loro allegria. Imparai a cavalcare e passavo intere giornate nei boschi.

La prima volta che piovve fu di notte. Mi svegliai di colpo, terrorizzata e rimasi ad aspettare; per fortuna smise nel giro di due ore.

D. non è ancora tornato, ma io lo aspetto ancora, ogni notte.