Amore crudo
Mia sorella giocava con una mosca
legata a un filo di cotone.
Lo strano aquilone
volava per la cucina
della signora Mafalda.
Lei portava negli occhi
il mare perduto,
verde che scava,
e raccontava la fame
e i soldati americani.
C'era sempre una pentola sul fuoco.
E un bicchiere sul comodino con i denti dentro.
E poi il tavolino per bucare il corallo,
legno e acqua,
archetto e punteruolo,
mani che si muovevano con una destrezza antica.
Ne vedevo la radice
come un filo d'argento
lo seguivo
nelle profondità della terra.
Le donne piegate
fino a notte fonda,
gli occhi brucianti
sul rosso del corallo,
la luce cattiva.
Guardavo,
piena di meraviglia,
e loro imbarazzate
mi prendevano in giro.
A volte mi lasciavano provare
e poi ridevano.
Ridevo anch'io,
con la signora Maddaloni,
che si era svegliata con un topo che le rosicchiava il mento
e aveva ancora la cicatrice.
Poi c'era Enzuccio,
l'irriducibile,
il tifo lo aveva folgorato sulla porta.
Vedermi gli accendeva lo sguardo.
"Nannà!"
Voleva ancora giocare
sotto il blu cocente.
Sorridevo,
adulta,
muta
di fronte alla sua innocenza.
Corpi fatti di crepe e di luce,
finestre del nulla.
"Buongiorno signor Pipicelli."
"Cosa avete cucinato oggi?"
"E' di nuovo scattato il contatore."
"Manca l'acqua anche a voi?"
Parole
come maschere trasparenti,
per nascondersi dal ticchettio
che strappa i vestiti,
e costringe
a chiudere gli occhi.
Stanze senza luce.
Fughe inutili.
Cieli di pietra.
Ma niente spegneva la luce di Antonella
e fuori nel sole
per un momento
respiravamo forte l'aria aperta.
Il domani non ci riguardava.
Solo le sette pietre,
il prato, il vento
e il viale di pini —
vibravano intrecciati
ad un battito
che già ci apparteneva.